Gino Colelli.

a cura di Raffaele Colelli

“Mi chiamo Gino Colelli, sono nato a Porto Cesareo, ho settantanove anni e faccio da più di sessant’anni il pescatore. Ero piccolino quando un bel giorno mio padre mi disse: – Vieni Gino che dobbiamo fare due ricci, e con noi c’era anche mio zio Chicco. Così ci siamo recati vicino all’isolotto delle Marve e mentre mio padre era intento a fare dei ricci e a scrutare il fondale con lo specchio – che altro non era che un secchio di rame con un fondo di vetro -, vide confusamente una cosa nera.

– Qui vedo un pupazzo -, ci disse, e sempre con la testa nello specchio continuò: – Non so che cosa sia, sembra un pupazzo, un pupazzo tutto scuro -. Allora con una “vrancioddra”, una lunga asta con la punta a uncino che si usa per prendere i ricci, lo tirò su e lo pose sulla barca: era pesante, massiccia e molto, molto scura. Dopo tanto tempo, mesi forse, ci ricompensarono con cinquecento lire, anche se ora sembrano una miseria, in quel tempo erano molti soldi, credo qualche milione di adesso”.

Questa è l’intervista che quindici anni fa il pescatore Gino Colelli rilasciò al suo amico giornalista Enzo Del Vecchio con la partecipazione di Legambiente e Rai Tre. Era l’ottobre del 1932, quando i tre pescatori Raffaele, Chicco e il piccolo Gino Colelli furono inconsapevolmente gli artefici di un ritrovamento archeologico di notevole importanza: il cosiddetto “Pupazzu Scuru”, ossia la statua del Dio Thoth.


Quel tesoro raro e prezioso arrivato da un mondo sconosciuto e lontano, dalla testa di scimmia, cambiò radicalmente il resto della sua vita. Quella statuetta nera di compatto basalto dell’antico Egitto dedicato al Dio Thoth, divinità lunare della scienza e del tempo della scrittura e del sapere, lo fece diventare quasi un mito, certamente immortale. Gino, divenuto adulto, divulgò la sua storia, fatta ormai leggenda, tra la gente, sui palchi e nelle piazze, tramandandola alle nuove generazioni tra i banchi di scuola dei bambini della scuola elementare. 

Quando a fine intervista il giornalista Enzo Del Vecchio gli chiese se avesse una particolare richiesta, Gino rispose con le testuali parole: “Io ho avuto sempre il desiderio, pure adesso, di rivedere la statuetta per ricordare la mia infanzia e quel momento in cui l’abbiamo tirata su dal mare”. Così dopo settantatré anni e grazie alla sensibilità del giornalista, che nel frattempo dopo tante interviste si era molto legato a quel pescatore, riuscì a far incontrare nuovamente Gino Colelli con la statuetta del Dio Thoth conservata nel museo archeologico di Taranto. Emozionato fino alle lacrime, se la strinse forte al petto, come quando ancora bambino la portò tra le sue piccole braccia per nasconderla nell’armadio a muro della sua casa, tra le prediche disperate di mamma Emma. 

Gino Colelli ci ha lasciato alla veneranda età di novantaquattro anni: si è spento lentamente e senza rumore nel suo letto, morto semplicemente di vecchiaia. Dieci minuti prima del suo ultimo respiro, qualcuno molto a lui vicino scrisse:

Su dai papà sganciati, non avere paura, allarga le ali e vola, vola alto, altissimo. Non voltarti indietro, ma guarda dritto in avanti verso quel piccolo puntino di luce. Sai, sei stato in fin dei conti un buon padre, timido, ma buono. Sai papà credo che lì dove andrai sarai ancora il più bello con i tuoi occhi celeste cielo e i capelli biondo castano. Sì papà, anche lì sarai fico, ma non montarti la testa e ogni tanto dai uno sguardo giù, noi saremo con il naso in su per salutarti. Dai papà sganciati, non avere paura, andrà tutto bene vedrai”. Anche il suo amico giornalista gli ha voluto dedicare un ultimo pensiero sulla Gazzetta del Mezzogiorno con il titolo di testa “Morto il “papà” del Dio Thoth”.

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