Tricase Porto, ghetti segreti.

a cura di Alessio Peluso

Oltre a Santa Caterina, Santa Maria al Bagno e Nardò, anche Tricase Porto prese parte all’accoglienza degli ebrei nel Natale 1943. Così vennero messe a disposizione numerose ville disabitate, tra le quali quelle di famiglie importanti e persino quella di monsignor Giovanni Panico. Gli arredi delle case furono depositati in un grande magazzino chiamato “il Teatro”, per motivi di spazio. Arrivarono inizialmente slavi ed albanesi: si trattava di persone comuni, militari e partigiani che avevano operato sotto il comando di Tito. Tra di loro vi erano anche ebrei slavi.

I campi, sotto il coordinamento dei militari inglesi, in prevalenza, e americani vennero occupati per consentire l’arrivo, con una sosta relativamente lunga,  ai profughi, ma funsero anche da centri di addestramento militare dei partigiani. Dal 1945 il campo rimase occupato esclusivamente da profughi ebrei e nell’estate dello stesso anno dal porto di Durazzo partirono centinaia di ebrei – albanesi, diretti a Bari; la maggior parte venne accolta proprio a Tricase Porto. La gestione dei campi tendeva a suddividere i profughi per nazione di provenienza, in modo che fosse più semplice la convivenza.

Per loro dopo gli orrori della guerra e delle persecuzioni, approdare in queste località fu un sollievo inatteso. La conferma giunge dalla preziosa testimonianza di Shlomo Wissolsky, ebreo polacco che veniva da Lodz: “Tricase era un posto molto bello, si vedeva il mare, c’erano dei bar per prendere il caffè, lì spesso incontravamo e ci intrattenevamo con i pescatori del luogo. Ricordo ancora che il giorno del nostro arrivo facemmo il bagno in un mare cristallino”. Poi continua: “Siamo stati lì solo 4 mesi, cantavamo, suonavamo e parlavamo di Israele. Noi ci incontravamo con tutti i gruppi al centro di Tricase, accendevamo dei falò e stavamo intorno al fuoco.

C’era una infermeria con una infermiera, lei ci accoglieva per il primo soccorso. La sensazione generale era quella di uscire dal buio per approdare alla luce. Non occorreva più temere, nascondersi, diffidare del prossimo. La gente ci accolse molto bene, ci hanno aiutato moltissimo. In Polonia e in altre nazioni c’era un forte antisemitismo, mentre in Italia non c’era”. Shlomo proveniva da una vecchia famiglia di musicisti e la sua voce ed i suoi canti hanno attraversato gli orrori della Shoah, della guerra, della sua famiglia sterminata nei campi di concentramento.

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