Crocifisso nero a Nardò.

a cura di Vanessa Paladini

All’interno della cattedrale di Nardò è conservato un oggetto di profonda venerazione: un crocifisso in legno di cedro, comunemente detto nero. Un’antica tradizione vuole che il crocifisso sia stato portato in Nardò nel 761 dai monaci basiliani costretti all’esilio per via della persecuzione iconoclasta. Il simulacro conserva una preziosa storiografia che abbraccia un vasto arco cronologico: dal 1255 al 1746.

Tra le menzioni più significative si possono inserire quella di padre Luigi Tasselli da Casarano, in “Antichità di Leuca” e quella di Nicola Cafaro. In entrambi i casi si racconta che i saraceni, nel 1255, dopo la morte di Innocenzo IV, devastarono la cattedrale di Nardò, trasportando sulle spalle l’immagine del SS.mo Crocifisso per bruciarla pubblicamente nella piazza della città.

Il braccio sinistro del Crocifisso urtò però alla sommità dell’angolo della porta, rimanendo fermo, «come se fosse fissato con un chiodo» e, quando uno dei soldati tentò di reciderlo con la spada, «scorgò sangue in tanta abbondanza, che, atterrito il Saraceno, buttato al suolo il sagrosanto Legno, qual forsennato e fuor di sé stesso, fugendo, giunse nel luogo dove inumanamente pensava incenerire l’Immagine sagrosanta».

Il crocifisso nero fu esposto alla venerazione del popolo neretino e collocato alla sommità dell’altare maggiore (dove il presbitero si divide dal coro). In un secondo momento, nel 1746, il capitolo di Nardò trasportò i resti mortali di Tommaso Brancaccio alla cappella del Crocifisso, dove fu sistemato anche il simulacro, accompagnato da una nuova lapide e dall’incipit della seguente epigrafe: «L’antichissimo simulacro del Signor Cristo Crocifisso da monaci Greci dall’oriente portato a Nardò».

La datazione dell’opera – certamente non riconducibile al 761– è stata smentita dapprima nel 1936, in una relazione stilata dal personale tecnico della Soprintendenza alle opere di antichità e d’arte e poi da Cesare Brandi che, in occasione del restauro del 1955, affermò trattarsi di un manufatto romanico.

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