G8 di Genova, gli incidenti del 2001.

a cura di Paolo Galignano

Il cantautore partenopeo Edoardo Bennato, in una sua nota canzone degli anni ’70, diceva: “per scuotere la gente non bastano i discorsi, ci vogliono le bombe”. Questi versi mi tornano in mente, ripensando ai tristi e sanguinosi fatti accaduti quasi vent’anni fa nel capoluogo ligure. Correva l’anno 2001 e dal 19 al 22 luglio, i “Grandi” della Terra scelsero Genova, la città natale di Faber, per riunirsi nel G8, più dolorosamente rimasto alla storia.

In quell’occasione, la riunione delle otto maggiori potenze economiche mondiali ebbe luogo in una blindatissima Genova, una città non adatta a contenere migliaia di manifestanti (in larghissima parte pacifici) provenienti da tutto il Mondo e non adatta a far gestire l’ordine pubblico, per la sua conformazione topografica. Per le migliaia di genovesi residenti nella zona rossa o nelle strade limitrofe furono giorni di “dittatura democratica”. Le misure adottate furono grandissime, oltre alle limitazioni dei più elementari diritti civili: libertà di spostamento, libertà di godere dell’acqua corrente, libertà di usufruire di internet e cellulari.

Ma ciò che rese quel G8 tristemente noto al mondo e alle aule giudiziarie, fu il fiume di sangue che invase le strade della città. Tre luoghi in particolare furono teatro di violenza e  morte:


– La caserma Bolzaneto, dove centinaia di manifestanti, fermati durante gli scontri, subirono veri atti di tortura e trattamenti inumani;
– La scuola Diaz, luogo dove dimoravano tanti manifestanti, che fu teatro il 21 luglio di una irruzione della polizia, che si rivelò immotivata e tremendamente sanguinosa;
– Piazza Alimonda, dove il 20 luglio perse la vita il manifestante Carlo Giuliani, ucciso da un colpo di pistola del carabiniere Mario Placanica, che si trovava sull’automezzo preso d’assalto dai manifestanti e dallo stesso Giuliani, “armato” di estintore. Il carabiniere fu prosciolto, ma rimane il dolore per una giovane vita spezzata.

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