Tabacchine nel Salento.

a cura di Dario Dell’Atti

Avete presente la vecchia nonna di un vostro parente o magari la vostra di nonna; vestita di scuro, intenta a farne mille che comunica a riti e dispensa proverbi. Ecco, ora immaginate se questa donna, ormai così bianca e indifesa, sia stata in gioventù un membro della protesta delle tabacchine.

Quella, che nell’autunno del 1944 scese in piazza per i diritti delle donne, manifestando e subendo le cariche dalle gendarmerie leccesi. Proprio cosi, poveri noi sprovveduti, la nonna è una rivoluzionaria, e magari non lo sa. Magari a muso stretto come dice lei, ha solo lottato per i diritti che le venivano negati: “salari equi, contributi, la pausa pranzo o gabinetto”.

Riflettendoci la parola “rivoluzionarie”, casca a pennello per queste madri coi pantaloni. In un meridione povero di fine anni 40, con l’Italia da ricostruire, il patriarcato e la condizione delle donne ben lontana da quella attuale, le prime a rivoltarsi contro il sistema e a esigere diritti sul lavoro, furono le tabacchine del Salento. A dare organizzazione a questo esercito autonomo, fu il sindacato leccese capitanato dalla caparbia Cristina Conchiglia, leader della lotta e successivamente politico del partito Comunista. 

Combatterono per anni, fino a che molte istanze non si trasformarono in diritti della neonata Repubblica. La famosa canzone “Fimmine fimmine”, riportata di seguito, che oggi cantiamo e balliamo a ogni sagra di paese, e soprattutto alla Notte della Taranta, non ci deve solo far sorridere e battere le mani. La canzone di protesta, in ogni sua strofa racconta uno squarcio di quegli anni così difficili, dove fortunatamente c’è stata quella nonna vestita di nero, che gira per casa, ricama e cucina e per fortuna ha difeso i diritti di tutti.

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