Racconti Popolari

Descrivere la vita quotidiana del Salento e di Porto Cesareo, attraverso le tradizioni, credenze, usi e costumi tipici della nostra zona. La sezione Racconti Popolari è a cura di Raffaele Colelli ed Alessio Peluso.

I racconti, da sempre tramandati dai nonni ai nipoti.

Campetto “Li Scole Medie”

a cura di Alessio Peluso

Episodio 1

Aver vissuto la generazione degli anni ’80 – ’90 per molti di noi è motivo di orgoglio. Di tanto in tanto spiccano ricordi che fanno bene alla nostra anima e ci riportano indietro nel tempo. Gran parte della nostra infanzia e adolescenza ruotava attorno ad un pallone, una piccola pietra trovata per strada, una pigna o la famosa palla di carta col nastro adesivo, pronto a renderla resistente.

Ripresa da dietro del Campetto “Li Scole Medie”.

I campi con l’erba sintetica o quelli in terra battuta rappresentavano un lusso che molti di noi non potevano permettersi, perciò a maggior ragione il cosiddetto campetto delle “Scole Medie” in gergo cesarino, ha sempre suscitato grande successo. Dimensioni piuttosto ridotte, l’asfalto sconnesso in alcuni punti rappresentava il nostro manto erboso e in tanti potrebbero rimembrare le loro ginocchia sbucciate o infortuni più gravi.

Intorno i piccoli alberelli di sempre, con il pallone che in alcuni casi s’impigliava nelle folte chiome; lì iniziava il lancio di oggetti di fortuna per recuperare la sfera perduta, oppure ci si affidava al “Tarzan” del gruppo, il quale dopo aver recuperato il pallone, era acclamato ad eroe con uno spontaneo applauso.

Anche in quel periodo vigeva la “legge della giungla”, con i più grandi che gestivano e sceglievano gli eletti; fortunato chi portava il pallone, o era dotato di un buon talento, o chi attirava le simpatie dei più grandi.

  

Episodio 2

Per gli altri vi era il campo adiacente a pochi metri, con una strana forma di mezza luna, asfalto mistificato dalle foglie che cadevano copiose e nel migliore dei casi un pallone sgonfio o talmente leggero che al primo calcio schizzava via oltre il cancello di recinzione.

Qui le porte erano delle pietre fortuite, che ad ogni tiro a fin di palo suscitavano notevoli polemiche; dall’altra parte, sul campo principale invece, vi era la classica struttura con il canestro per poter giocare a basket, quasi mai utilizzata da noi calciofili incalliti. E così per avere le sembianze di una porta da calcetto, si riadattava un asse di legno che si posava ad incastro sui due ferri blu che scendevano in verticale.

Non rare le occasioni in cui la palla scheggiava violenta la traversa e il difendente, si trovava a rischiare un colpo sulla testa che lo avrebbe stordito; ma si era ragazzi e lo sprezzo del pericolo era intriso nelle nostre vene. Oltretutto data l’esigua larghezza della porta, il portiere (di solito il meno avvezzo con i piedi) non poteva contare sull’uso delle mani. Resistere ad alcune sassate con l’ausilio della testa o al massimo delle gambe, era diventata una consuetudine, che risultava spesso decisiva per aggiudicarsi la contesa.


Nell’immagine Mimmo Albano, mentre suona la chitarra in spiaggia. È lui in età adolescenziale a compiere meravigliosi balzi nella sabbia.

Non meno interessante era quello che accadeva tra i due campi di calcetto, dove vi era una breve pista che portava in un quadrante intriso di sabbia e non solo. In tanti si sfidavano, emulando inconsciamente le gesta di grandi atleti come Mike Powell, che nel lontano 1991 ottenne il record mondiale con 8,95 m; chiaramente i nostri balzi non erano minimamente paragonabili, anche se ricordo che alcuni ragazzi dalla corporatura snella e aiutati da una buona accelerazione, riuscivano ad effettuare degli ottimi salti.

Su tutti Mimmo Albano: lo si poteva definire uno dei più predisposti ad effettuare grandi balzi. Non di rado però, il grosso quadrante di sabbia, accoglieva coloro che per burla venivano gettati all’interno da un gruppo di amici. A quel punto si innescava un meccanismo per il quale il bagno nella sabbia alla fine, toccava a ogni membro della compagnia. Le risate, le urla e gli schiamazzi accompagnavano il resto della buffa sceneggiata.


Episodio 3

La recinzione della nostra scuola, disponeva di un muretto abbastanza basso, a cui si aggiungeva un lunghissimo cancello con innumerevoli quadranti gialli: ognuno di loro aveva la funzione di sostenere le tante biciclette con i rispettivi lucchetti. Era uno spettacolo unico notare le mountain bike cambio Shimano, le BMX acronimo di Bicycle Motocross e l’immancabile Graziella, che si poteva trovare nelle sue tante versioni; quella che risaltava maggiormente apparteneva di solito ai nostri nonni. In alcuni casi poteva succedere che le biciclette non fossero legate e allora diventavano un vero e proprio “taxi per la spesa” oppure oggetto di strane sperimentazioni, come inserire bottigliette di plastica per richiamare il rumore di una motocicletta; infine provare ad impennare ad ogni costo.

La “Graziella”, la bicicletta più amata dai nostri nonni.

Pedalare su una ruota era una peculiarità che in tanti ostentavano per mettersi in mostra, anche se in alcune circostanze le cadute erano rovinose. I pomeriggi erano lunghissimi. Soprattutto i più piccoli si recavano al campetto intorno alle 14,30; l’obiettivo era giocare il più possibile prima dell’arrivo dei più grandi.

La maratona di sport e giochi vari durava fino a sera, ragion per cui nel cuore del pomeriggio, ma anche mentre il sole tramontava, vi era un continuo via vai in direzione supermercato: non vi era grossa disponibilità economica, per cui si optava per pacchi di patatine “Più Gusto” o “Highlander”, qualcuno invece baciato dalla buona sorte acquistava il più classico panino con prosciutto e salame, da bere Coca Cola ed Aranciata Pejo, la più economica in circolazione.

Tornare al campetto con uno di questi alimenti, significava doverli spartire sicuramente, motivo per il quale molti ragazzi rimanevano a distanza in attesa di consumare il loro boccone. Più democratica era la situazione delle bevande, che senza troppi fronzoli, passavano di bocca in bocca.


Episodio 4

Durante lo svolgimento delle partite non mancavano certo i problemi. Il più frequente era il pallone che spesso e volentieri schizzava sul terrazzo dietro la porta. Come venirne fuori? Vi erano dei veri e propri specialisti dell’arrampicamento. Su tutti ricordo Gabriele Spagnolo e Cosimo Peluso. In particolare un episodio riguardante quest’ultimo suscita ancora in noi sensazioni forti.

Erano le 19,30 circa e come al solito c’era da recuperare la sfera di gioco, l’unica disponibile. Per arrivare sul terrazzo l’unica via plausibile era sfruttare il lungo tubo arancione per il passaggio dell’acqua. Anche in quell’occasione Cosimo aveva dimostrato tutta la sua abilità, riuscendo in pochi secondi a salire in cima, sfruttando la forza di trazione, che gli veniva fornita dal muro stesso.

Nel discendere però, quel giorno, qualcosa non andò per il verso giusto: Cosimo perdette l’equilibrio e scivolò. A distanza di anni ancora si fa fatica a capire come il nostro Simone Podo, il più possente del gruppo, abbia avuto i riflessi per afferrare Cosimo al volo ed evitare una rovinosa caduta. Il silenzio che ne seguì, tra noi ragazzi più piccoli, era la riprova del pericolo scampato; passò qualche minuto prima di complimentarsi con Simone, eroe della serata.

Episodio 5

Di solito il rompete le righe calcistico giungeva intorno alle 20,30 in prossimità dell’orario di cena. Non mancavano comunque giochi alternativi: qualche bambino sfruttava l’asfalto e pietre bianche per improvvisare la più classica staccia. Dopo il disegno di rito del percorso, via al lancio della pietra, con modalità che potevano variare a discrezione dei partecipanti.

Sempre in auge restava il classico di sempre, “il nascondino”: si partiva con numeri enormi di ragazzi e spesso veniva lanciato da noi in tarda serata. È indubbio che colui che contava per primo, avrebbe avuto grossi problemi a scovare i partecipanti, dato che non vi erano limiti di spazio e talvolta qualche benpensante aveva la stramba idea di rifugiarsi all’interno delle case di parenti vicini, o sfruttare piccoli corridoi, caratteristici delle case di un tempo.

Il gioco della staccia.
Nell’immagine il gioco della staccia.

Di tanto in tanto qualcuno che veniva scovato dal titolare della casa, non mancava di essere sgridato e inseguito con bicicletta e mazza da scopa. Anche “Un, due, tre stella” conservava il suo fascino, nonostante permanga la discussione sulla reale frase da pronunciare. Infatti chi contava in direzione di un muro o dell’albero, dopo aver pronunciato la frase doveva voltarsi per scovare qualche soggetto ancora in movimento.

In effetti “Un, due, tre stai là” avrebbe più logica in relazione al gioco, anche se vi è un’altra teoria molto interessante: la storpiatura potrebbe derivare dal piemontese “un, due, tre, ste’ là!”, diventato poi stella. Resta immutata invece l’attrazione nei confronti di questo gioco semplice e del grido “Stellone!”, quando finalmente si toccava la schiena di chi stava contando.

Episodio 6

I week – end erano i cosiddetti giorni del riposo forzato. C’erano degli altri impegni che incombevano. Il sabato pomeriggio era il giorno destinato al catechismo, di solito intorno alle 16. Ovviamente non ci si perdeva d’animo e il modo per giocare lo si trovava a prescindere. Infatti buona parte dei ragazzi giungevano nei pressi della chiesa “Beata Vergine Maria del Perpetuo Soccorso” di Porto Cesareo già dalle 15.

Anche lì si tendeva a giocare a calcio o a fare strane bizzarrie in bicicletta, proprio sul sagrato, ragion per la quale l’allora parroco Don Salvatore Nestola redarguiva giustamente; così ci si arrangiava con giochi meno pericolosi. Andava di moda “Lupo e pecora”, con il quale colui che era designato a fare la parte del lupo, doveva inseguire e toccare gli altri ragazzi, che potevano salvarsi solo arrivando vicino a una qualsiasi porta. Non durava molto, il dispendio energetico era enorme.

Il gioco de “I Quattro cantoni”.

In alcuni frangenti “Mosca cieca” suscitava una certa attrazione, anche perché colui che doveva individuare gli altri ragazzi era bendato e questo stuzzicava la fantasia, le urla e l’entusiasmo. Le ragazzine amavano “La strega comanda colore…” che in alcuni casi diventava “Sono la strega di mille colori…”; in ogni caso la finalità non cambiava, con la ragazza che una volta diventata strega, tramite il sorteggio iniziale, recitava la formula ed ordinava un colore. Tutti a quel punto dovevano trovare un oggetto attinente, prima di essere toccati dalla strega.

Il più in voga però in quel periodo era il gioco dei “Quattro cantoni” che noi personalizzavamo a modo nostro. Un ragazzo rimaneva al centro, gli altri 4 partecipanti si piazzavano all’interno delle aiuole dove vi erano i grossi alberi, formando i vertici di un quadrato. Obiettivo? Scambiarsi di posto, senza farsi acciuffare, onde evitare di finire al centro. E di quadranti se ne formavano veramente tanti.

“Lo scemo del paese ai tempi del Coronavirus

a cura di Raffaele Colelli

Episodio 1

Si chiamava Enrico, ma tutti lo chiamavano Bolla, lo scemo del paese più piccolo del mondo.  Una casa vera e propria non l’aveva, le numerose fatiscenti cascine abbandonate nelle campagne di cardi spinosi erano il suo rifugio notturno. Non possedeva niente nemmeno una famiglia, nato deforme e per questo abbandonato davanti al portone di un orfanotrofio.

Una gobba, come una bolla, a questa doveva il suo soprannome, le appesantiva la spalla destra incurvandolo in avanti, costringendolo, suo malgrado, a una camminata zoppa e malinconica. La sua unica ricchezza era una vecchia bicicletta mangiata dalla ruggine, il faretto vuoto privo di lampadina, la catena spesso andava fuori dalla rotella dentata, un solo parafango, quello posteriore.

Le suole consumate delle scarpe sostituivano, quando si presentava la necessità, i freni mancanti, frizionandoli, con decisione, sul copertone della ruota anteriore.

Bicicletta di un tempo.
La bicicletta usata dal Bolla.

Assemblata con i numerosi pezzi di cianfrusaglie che i cento abitanti avevano riversato in una profonda cava di tufo ormai in disuso. Veloci mulinavano le ruote della sua bicicletta sul largo e polveroso stradone che portava al centro del piccolo paese, nonostante tutto Bolla si sentiva parte integrante di quella comunità che troppo spesso e volentieri si prendeva gioco di lui.

Ma era contento lo stesso, sapeva in fondo quanto tutti gli volessero bene, contento di portare un po’ di allegria con il suo modo scanzonato da eterno bambino.  Contento di interpretare, come in un copione di un film, la sua parte da scemo che nessuno voleva coprire e che gli aspettava, naturalmente, di diritto.

Indaffarato sulla sua bici tra le viuzze del paese a portare delle commissioni oppure cantare a squarciagola canzoni su richiesta. Il meglio di sé lo dava quando, con impegno notevole, imitava la camminata e il verso della gallina prima di deporre l’uovo.

Bar da Mario era il suo quartiere generale, chi aveva bisogno di lui per qualsiasi motivo sapeva dove cercarlo, o ad ascoltare le divertenti rime baciate di sua composizione. Felice dava rinfresco alla sua ugola con del vino rosso offerto dai giocatori di briscola che a turno gli allungavano qualche bicchiere di troppo.

A quel punto forzando i pedali della sgangherata bicicletta girovagava, tutta la notte, per le strette vie del paese, ed esaltato dall’alcol dava sfogo alla sua voce con un intruglio di melodie senza alcun senso, buscandosi sistematicamente l’immancabile secchiata di acqua gelata.

Episodio 2

Fonte principale della sua vena poetica altro non era che una bellissima fanciulla dai lunghi capelli dorati, occhi di stelle, viso angelico e pelle di luna. Divenne la musa ispiratrice per le sue innumerevoli composizioni nelle lunghe notti di veglia, illuminato dalla lieve luce di una candela.

La prima volta che la vide fu lungo il marciapiede adiacente al bar da Mario: lui caricava il cestino del suo mezzo ferroso per una commessa, affidatagli da Mario il proprietario del bar, lei passava, in quel preciso momento, sottobraccio alla sua mamma. Ne restò letteralmente fulminato, un passo a vuoto e in un attimo rovinò letteralmente sulla bicicletta trascinandola con tutto il bagaglio sulla strada sterrata; la polvere ricoprì i dolcetti di mandorla fuoriusciti dalla confezione, rendendoli ormai inservibili.

Una sonora risata, dei numerosi clienti ai tavolini che avevano assistito alla scena, si propagò sull’intero piazzale. Il povero Bolla, rosso per la vergogna, non sapeva se ridere o piangere, ma fu sufficiente uno sguardo distratto della ragazza a rincuorarlo. Di bocca in bocca, la notizia fece il giro del paese, tutti gli abitanti sapevano dell’accaduto e per questo era diventato l’argomento preferito, motivo di scherno da aggiungere agli altri già esistenti.


– Bolla, Bolla, ti piace Margherita vero? Mica sei poi così stupido, bravo, bravo Bolla! – Ecco seppe così, in quel modo, il nome della ragazza. Non se l’era mai chiesto, credeva fosse un essere soprannaturale, quasi divino e che avesse la sua casa al di là delle nuvole.
– Bolla, Bolla, perché non confezioni una bella rima baciata per la tua Margherita, portagliela questa notte quando nessuno ti vedrà e tutti dormono. La sua casa è a pochi passi dal municipio, vedrai, vedrai quanto sarà contenta e quanto piacere le farai…

Seppe così che la casa della ragazza non si trovava affatto oltre le nuvole, ma semplicemente poco lontano dal bar e chissà quante volte ci aveva passato davanti senza saperlo.

Episodio 3

Quella idea, pian piano prese forma nella sua mente incasinata da innocente bambino. Voleva farlo, sì voleva farlo, aveva deciso che avrebbe composto la rima baciata più bella di sempre e l’avrebbe offerta a lei, alla sua Margherita in una notte stellata. Per due notti consecutive le stelle non si fecero vedere, nascoste da una pesante coperta di nuvole nere.  Bolla viaggiava sulla sua bicicletta puntando il cielo con il naso all’insù attento a cogliere l’attimo propizio, più volte aveva rischiato un gigantesco ruzzolone.

Finalmente le sospirate stelle illuminavano il cielo notturno, l’innamorato Bolla prese posizione appena sotto il balconcino della sua amata, l’emozione rischiava di fargli fare una pessima figura, così, con un colpetto di tosse, sbloccò il suo diaframma e a voce sostenuta sciorinò le sue rime baciate. Dalle fessure orizzontali di una persiana, sopra il balconcino, un fascio di luce illuminò il buio, qualcuno si era svegliato. Infatti, da lì a poco, la porta si aprì e una figura femminile si affacciò, lasciandosi cadere i lunghi capelli biondi lungo la morbida vestaglia di seta. 

Era lei, la bellissima Margherita.  
– Ah…ma sei tu Bolla!! – disse abbastanza sorpresa Margherita a bassa voce e a testa in giù – sono belle le tue rime baciate, davvero molto belle, ma non è questa l’ora giusta e non così ad alta voce. No, mio caro Bolla, potresti svegliare tutto il vicinato e passeresti dei guai se si svegliasse mio padre – attenta richiuse l’anta della persiana rimasta aperta e continuò – Ora vai Bolla e quando vorrai farmi sapere delle tue rime, scrivile su un pezzettino di carta e poi posale in un angolo del mio balcone. Io tutte le mattine andrò a leggerle!


– Grazie signorina Margherita, è la prima volta che una persona mi parla così, sì lo farò, farò come mi dice. – Restò alcuni minuti con gli occhi all’insù incantato da tanta bellezza, non capacitandosi come mai una donna, e per giunta così bella, gli avesse riservato del proprio tempo.

Episodio 4

Timidamente continuò: – Se mi posso permettere, Signorina Margherita, io non mi chiamo Bolla, non è il mio nome, io mi chiamo Ernesto.
– Va bene Ernesto, ora va che è tardi – lo salutò, prima di ritirarsi, muovendo leggermente le dita affusolate della sua mano. Se fosse stato per lui non si sarebbe mai più mosso da lì, lì avrebbe dormito, lì avrebbe mangiato, lì avrebbe pianto e gioito, lì avrebbe fatto la sua casa, ma doveva andare.

Così inforcò la sua bicicletta, il tempo per un paio di pedalate che un secchio pieno d’acqua lo raggelò. Colpevoli erano i due bellimbusti, gli stessi che alcuni giorni prima si erano dimostrati tanto gentili da dispensare dei consigli, ora si spiccicavano dalle risate tenendosi la pancia tra le braccia. Da quel piacevole fatto in poi trascorse le sue notti, nei rifugi di fortuna, a confezionare rime baciate per la bella Margherita e tutte le mattine a posarle sul suo balconcino come lei le aveva detto di fare.

Ormai era diventato un pensiero fisso, una vera e propria missione; veloce con la sua inseparabile bicicletta percorreva il largo stradone in salita, costretto a fermarsi solo quando la logora catena si portava fuori dalla rotella dentata, poi ancora più veloce ripartiva per recuperare il tempo perduto. Una volta giunto in paese si dirigeva spedito dalla sua bella consegnando il fogliettino al solito posto, e subito via, tutto orgoglioso, tra le sedie e i tavolini del bar dove prendeva posto restando a fissare il vuoto per tutta l’intera giornata.

Restava indifferente al baccano dei giocatori di briscola, non aveva più voglia di cantare canzoni strampalate, tanto meno imitare le movenze della gallina che tanto gli piaceva inscenare, poi le rime baciate esclusivamente per Margherita, solo delle commissioni anche se a malavoglia, più che altro per non sembrare maleducato, ma anche perché delle misere mance ne aveva davvero bisogno.

  
– Cosa gli è successo al povero Bolla – chiese Mario il proprietario del bar – non parla, non canta, si muove appena, forse è malato?
– Sì, malato, ma d’amore, si è solo innamorato!
– Innamorato? Ma di chi?
– Di Margherita, la figlia di Canemarcio!
– Una brutta faccenda, sì questa proprio è una brutta faccenda.

Episodio 5

Canemarcio era il più ricco e il più potente del piccolo villaggio, tutte le abitazioni esistenti erano di sua proprietà compreso il municipio, così come tutti gli abitanti erano suoi dipendenti, braccianti nelle vaste piantagioni di ortaggi. Cinico e spietato come il suo nome, gelosissimo dell’unica figlia e guai chi si permetteva solo di guardarla anche se distrattamente. Bolla se ne stava come al solito beato su una delle numerose sedie dal bar a viaggiare libero dentro i suoi sogni, non molto distante dai giocatori di briscola.

 
– Hey tu! Hey tu, alza il culo da quella sedia, vieni qui! – si sentì chiamare all’improvviso, un omaccione alto e grosso come un gigante lo esortava con modi decisi ad avvicinarsi a lui.
– Buongiorno signore dice a me? –
– Sì, dico a te, brutto stupido stroppio, ti avviso una sola, e unica volta, stai lontano da mia figlia e dalla mia casa almeno un chilometro. Se ti vedrò, anche per sbaglio, passare davanti alla mia porta, sei morto!

Immagine di Porto Cesareo deserta, durante il lockdown 2020.


Lui, Bolla non se ne curò più di tanto, certo la paura gli fece tremare le gambe, quel giorno, ad un certo punto pensava sarebbe svenuto, mai avrebbe rinunciato alla sua missione, mai e poi mai avrebbe lasciato Margherita senza i suoi bigliettini. Cambiò solo strategia: per questo anticipò di circa un paio di ore le sue visite, assumendo, ancor più, un comportamento vigile e prudente.

Così continuò imperterrito a fare giungere le sue rime baciate alla bella Margherita, senza un attimo di pausa, tutti i giorni, alla stessa ora. Estate o inverno, pioggia o sole, vento o bonaccia. Sino a quando una mattina, come tutte le mattine, con il solito fogliettino in tasca, percorse con la sua bicicletta il solito largo stradone in salita che portava al centro del paese, e come al solito dovette fermarsi un paio di volte per portare la logora catena nelle apposite dentature della rotella di ferro e quindi continuare la sua corsa.

Giunse al paese, stranamente un silenzio innaturale permeava l’aria, tutto era deserto, tra le vie non si notava anima viva, porte e finestre di tutte le abitazioni sbarrate.

Episodio 6

Guardingo volse lo sguardo in tutte le direzioni. Appena fu sotto il balconcino di Margherita per deporre il suo piccolo foglietto di carta si accorse che l’involucro arrotolato, che aveva lasciato il giorno prima, era ancora lì senza essere stato ritirato. “Sarà successo qualcosa” pensò d’istinto, lo afferrò e con gran fretta andò via in direzione del bar.

Qui un’altra stranezza lo attendeva: bar da Mario aveva le serrande abbassate e su di esse una scritta su un cartoncino bianco tenuto su con del nastro isolante diceva: “Bar chiuso causa coronavirus”.

 
– Corona virus? Chi può essere questo qua? – pensò ad alta voce il povero Bolla.
Senza scendere dalla sua bicicletta ripercorse a ritroso le vie ormai deserte del paese, continuava a guardarsi intorno senza scorgere alcuna persona.


– Gente dove siete, dove siete andati, dove vi siete cacciati, forza amici uscite, che scherzo è questo, che- scherzo è questo! – urlò con tutto il fiato in gola, appena posò i piedi per terra. Niente, nessuno gli rispose, doveva quindi trovare un modo per attirare la loro attenzione.

Riprese così a inscenare i passi e i versi della gallina che tanto piaceva agli abitanti, nessuno di loro si presentò, forse bastava cantare delle improponibili canzoni oppure delle rime baciate da sempre apprezzate, fu tutto inutile, non si vide anima viva.

Non restava che tornare da dove era venuto, nelle campagne di cardi spinosi e tra le cascine abbandonate. Un solo pensiero nella testa quella notte, ritornare al più presto in paese, rivedere nuovamente la bella Margherita e sperare che tutto fosse stato uno scherzo o addirittura un sogno.   

Episodio 7

La mattina seguente, con la sua bicicletta tra le gambe, i piedi puntati sulla strada e con gli occhi sbarrati, si rese subito conto che quell’incubo non era affatto un sogno, tanto meno uno scherzo dei suoi compaesani; un carro trainato da due grossi buoi dalle lunghe corna trasportava delle bare. Una, due, tre, otto, dieci, ne contò, stipate una sopra l’altra, non ne aveva mai viste così tante e tutte insieme.

Mamma mia che succede!” pensò terrorizzato, una sensazione improvvisa di freddo accompagnata da una emozione violenta di paura e di ansia lo pervase completamente.


– Cosa succede, cosa succede? – gridò al conducente.
– Vattene, vattene Bolla, vattene a casa se non vuoi morire, è la maledizione, la maledizione che è scesa dal cielo, vattene, vattene a casa!


– Margherita, sì Margherita, devo andare da lei – fu la sua prima preoccupazione; rimise i piedi sui pedali e a gran velocità si diresse lungo la via principale che portava dalla giovine. Martellanti battiti del suo cuore gli pulsavano nel petto come se dovesse esplodere da un momento all’altro, arrestò di colpo la bicicletta appena fu a pochi passi dal solito balconcino.

Avrebbe voluto chiamarla, gridare a squarcia gola il suo nome” MargheritaMargherita”, non gli importava più del pericolo che avrebbe corso, e tanto meno delle minacce di Canemarcio.


– Cosa fai qui brutto storpio, lascia stare in pace mia figlia che sta morendo, sparisci! – Canemarcio era sbucato all’improvviso da dietro la piccola colonna che reggeva il balconcino, poggiava la sua grossa mano su di essa, come se facesse fatica a reggersi in piedi.
– Ma…- accennò Bolla, a una reazione.
– Vattene! – urlò, alzando il braccio, minaccioso.


La sua Margherita stava male, forse sarebbe morta, sicuramente sarebbe morta uccisa dalla maledizione, e lui si sentiva disperatamente inutile, colpevole di non essere stato capace di salvarla o di non averci almeno tentato. Doveva chiedere aiuto, qualcuno gli doveva dare una mano, da solo non ce l’avrebbe mai fatta, così pensò bene di rivolgersi al suo amico Mario, il proprietario del bar.    

Episodio 8

Mario, Mario, sono Bolla, il tuo amico Bolla, affacciati ti prego! – Non ebbe alcuna risposta, nonostante implorasse così tanto e così a lungo. A quel punto, dalla strada sterrata raccolse delle pietruzze e incominciò a scagliarle contro una delle finestre.
– Cosa vuoi Bolla, ma sei davvero scemo, vai a casa è pericoloso stare in giro! – era la voce di Mario che arrivava da dietro le imposte chiuse della sua finestra.


– Mario aiutami, la maledizione sta uccidendo la bella Margherita!
– Bolla, qui in paese tutti stanno morendo, non solo vecchi ma anche giovani, e poi non è colpa della maledizione.
– E chi è stato, Mario, chi è stato?
– È stato un virus assassino che ha contagiato tutto il mondo, ti toglie il respiro ed è molto pericoloso. Servono bombole di ossigeno per poterci salvare e tante mascherine per proteggerci, e noi non ne abbiamo, nessuno ce ne ha più. Vattene Bolla, vattene a casa!


– Bombole d’ossigeno? Mascherine? –  Ma dove andare a trovare tutta quella roba, non ne aveva alcuna idea e mai ne aveva sentito parlare, non capiva cosa fossero, per questo divenne ancora più irrequieto. Nella sua mente già disordinata, la confusione regnò sovrana. “Bombole e mascherine, mascherine e bombole” inquietamente ripeté a voce sostenuta, mentre percorreva, con la sua fidata bicicletta, le strette e sterrate viuzze del desertico paese.

All’estremo delle forze, come spesso gli succedeva quando esagerava con il vino tra i giocatori di briscola, si lasciò catapultare, nei pressi delle cascine, tra i cardi spinosi e lì ci restò per tutta la notte. Sognò una suora dal viso dolce e familiare che allargando le braccia lo esortava ad andare da lei:


– Vieni caro Ernesto vieni, ti stiamo aspettando, tutte le suore ti stanno aspettando…
Ancor prima che il nuovo giorno arrivasse aprì gli occhi e ricordò perfettamente il sogno che la notte gli aveva consegnato.

Episodio 9

Quella suora dal volto così familiare, ora rammentava chiaramente, era suor Cecilia, una delle clarisse facenti parte dell’oratorio dove ancora neonato era stato abbandonato. Senza pensarci su imbracciò il suo mezzo ferroso e via per una precisa destinazione. Rammentava ancora, nonostante fossero trascorsi diversi anni, la strada che portava al grande edificio dell’orfanotrofio.

Tirò, con tutta la sua forza, il lungo filo di ferro attaccato al campanello d’ingresso del grande portone. Da una finestrella ferrata apparve l’occhio scrutatore di una persona, subito dopo il rumore assordante di una serratura fece aprire una porticina a destra dell’ingresso principale.


– Ernesto, caro piccolo Ernesto – era suor Cecilia con tutta la sua dolcezza – finalmente sei arrivato è da tempo che ti aspettavamo, su, su entra.
Lei lo abbracciò teneramente, da tanto che non lo vedeva, da quando ormai maggiorenne, Ernesto, aveva deciso di andare per la sua strada e conoscere finalmente il mondo e la sua gente.


– Madre Santa – esordì – sono ritornato perché ho l’anima in pena bisognosa del suo aiuto.
– Lo so figlio mio lo so, è giunto sino a me il tuo grido di dolore, ma ora fai silenzio e seguimi.


Attraversarono il lungo corridoio delle celle, nel frattempo altre suore si accodarono a loro formando una lunga processione. Infondo, in un ampio stanzone, numerose bombole di ossigeno nuove di zecca erano addossate al muro, attaccate ad ognuna di loro delle mascherine chirurgiche.


– Prendile Ernesto portale ai tuoi poveri fratelli, sono cento e uno, una per ogni abitante, l’ultima la centunesima è tua!
Bolla non poté trattenere la commozione, così si prostrò ai piedi santi di suor Cecilia bagnandoli di lacrime; nel frattempo un canto celeste si innalzò dal gruppo delle altre suore. Prima della consegna delle bombole, una suora le consegnò una bandiera dai tre colori, verde bianca e rossa, la bandiera italiana.


– Tieni Ernesto, questa apparteneva a te, era tua, l’hai dimenticata qui quando te ne andasti, ora issala sulla tua bicicletta ti porterà fortuna.
Lui la prese, chiese un pennarello, e sopra, sulla parte bianca, ci scrisse alcune frasi.

Episodio 10

Pieno di speranza, facendo sventolare la bandiera dai tre colori, consegnò tutte le bombole d’ossigeno con attaccate le rispettive mascherine chirurgiche a tutti i cento abitanti compreso Mario, il proprietario del bar, ma anche a Canemarcio; alla bellissima Margherita invece lasciò anche la sua, non si sa mai pensò, meglio abbondare.

Tutti gli abitanti furono salvi dall’epidemia e tutti lo cercavano per poterlo ringraziare e portagli onore: dal sindaco del paese, al suo amico Mario, dai giocatori di briscola, fino a Canemarcio e alla bellissima Margherita, ma nessuno, per diversi giorni, lo vide, come se si fosse volatilizzato.

Solo alcune settimane dopo dei netturbini, attenti a pulire dei campi dalle sterpaglie, notarono riverso nell’erba spinosa il corpo di un uomo avvolto in una bandiera dai tre colori. Era il corpo del povero Bolla, il coronavirus se l’era preso con sé. Molti si chiesero da dove avesse potuto recuperare tutte le bombole d’ossigeno, grazie alle quali molte vite umane furono risparmiate dalla morte.

Alcuni si recarono per delle informazioni sino al lontano orfanotrofio dove l’allora piccolo Ernesto era stato accudito. Notarono meravigliati che al suo posto vi avevano costruito, ormai da più di vent’anni, un mega supermercato con un ampio parcheggio, dell’orfanotrofio, in questione nemmeno l’ombra.

Finalmente dopo alcuni mesi e milioni di morti, un luminare italiano, della medicina mondiale riuscì a tirar fuori il sospirato vaccino che sconfisse per sempre il micidiale virus. Tutti poterono riprendere da dove avevano lasciato, consci che niente sarebbe stato più come prima. Liberi dall’incubo, gli abitanti del paesino vollero ricordare il loro grande eroe.

Organizzarono una mega festa, elogianti discorsi, bande musicali, fuochi d’artificio, lunghe processioni e messe comprese si sprecarono. Nella piazza principale innalzarono un sontuoso piedistallo, dove vi era scritto in caratteri dorati: “All’eroe Enrico con la sua bolla piena d’amore, tutti noi rendiamo onore”.

Sopra di essa una statua raffigurava un uomo a cavallo di una bicicletta che orgoglioso, come un guerriero, issava una bandiera dai tre colori, sulla parte bianca c’era scritto: ANDRA’ TUTTO BENE.