Riti funebri a Porto Cesareo.

Cosa accadeva nell’allora piccolo borgo cesarino annesso a Nardò? I riti funebri negli anni ‘ 40 – ’50 risultavano ancora più impegnativi per vari motivi.

a cura di Alessio Peluso

I giorni tra il 1° e il 2° di novembre si caratterizzano per la festività di Tutti i Santi e per la Commemorazione dei Defunti. E se nel primo giorno il clima attuale è festoso, ci si ritrova allegramente e si esce in giro per il paese (tempo permettendo), diverso è il clima il giorno seguente. Ognuno si ritrova a ripensare a un parente caro o a un amico scomparso, che spesso si va a visitare presso il Cimitero Comunale a Porto Cesareo.

Ma la realtà è stata sempre questa? Ovviamente no. Correva la fine degli anni ’40 con i postumi dei Conflitti Mondiali ancora presenti. Porto Cesareo era un piccolo borgo, annesso a Nardò. La costruzione dell’attuale cimitero si ultimò agli inizi degli anni ’50 e dopo il superamento di vari cavilli burocratici, il primo defunto ad essere seppellito fu Alessandrina Battista.

L’alternarsi di sacerdoti prima dell’avvento di Don Lorenzo nel 1952.

Ma cosa accadeva anni prima? La situazione per Porto Cesareo era quanto mai ostica. Infatti appena vi era il decesso si doveva percorrere a piedi o in bicicletta il lungo tratto per giungere a Nardò ed avvisare un sacerdote. I pericoli non mancavano tra masserie all’aperto dai quali potevano saltare fuori animali selvaggi, senza dimenticare l’illuminazione assente. Prima dell’avvento di Don Lorenzo Marzio Strafella nel 1952 in pianta stabile, a Porto Cesareo vi erano vari sacerdoti ad alternarsi. Ricordiamo Don Gregorio Pagliula, Don Liberato Demetrio e Don Giuseppe De Benedictis. Giungevano nel nostro paese durante i periodi di Natale, Pasqua, estate e per la celebrazione dei riti funebri.

Li Chiangimuerti, Prefiche e Repute protagonisti assoluti.

Il nero, simbolo di lutto era dominante e il giorno della morte la salma rimaneva in casa. Oltre al grande silenzio spesso giungevano i cosiddetti “Chiangimuerti”, generalmente donne, detti anche prefiche o repute. Arrivavano in gruppi urlando, battendosi il petto, strappandosi i capelli. Poi iniziavano delle vere e proprie filastrocche in onore al defunto; infine tiravano fuori un fazzoletto bianco con il quale insieme facevano partire una straziante danza.

Servizio tratto da “Terre del Salento” – TeleRama

Di solito si trattava di contadine o casalinghe che prestando tale servizio venivano ricompensate. Potremmo definirlo un “lavoro di arrotondamento” per l’epoca. I carri funebri del tempo erano trainati da cavalli, con il corteo al seguito; la banda o le pesanti corone funebri da portare manualmente in molte occasioni.

Tornando al 2 novembre la messa di solito era celebrata la mattina presto, nel pomeriggio il corteo verso il cimitero. All’entrata vi era la casa del custode designato Michele Coroneo, oltre alla camera mortuaria; entrando si vedevano a destra e a sinistra lo spazio per i defunti, delimitato da piccoli cancelli d’accesso. Questo è quanto abbiamo potuto raccogliere tra riti religiosi e tradizioni a cavallo tra gli anni ’40 e ’50.

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