Immagine emblematica della corsa all'oro in America.

di Francesco Paladini

Nel 1848 a scoprire il primo filone d’oro fu James Wilson Marshall, un operaio alle dipendenze del pioniere svizzero Johan Suter. Quest’ultimo si trasferì in America nel 1834, sulle rive del fiume Sacramento in Sierra Nevada, territorio centrale della California, con la speranza di costruire un impero economico sulla West – cost, dato che nell’ ‘800 era ancora un territorio conteso tra i nativi americani, i californiani messicani, americani e alcuni insediamenti europei.

La scoperta dell’oro poteva difatti essere l’imprevisto che avrebbe reso reale la nascita del suo progetto, ma così non fu; questo perché la notizia dell’esistenza di giacimenti d’oro raggiunse anche la Est – cost. Il 5 dicembre 1848 il presidente degli Stati Uniti James Knox Polk annunciò che erano state scoperte grandi quantità d’oro in California.

Cominciò così quella che oggi è conosciuta come febbre dell’oro o più comunemente “Corsa all’oro”, uno dei periodi più assurdi della storia americana. Si basti pensare che migliaia di cercatori partirono verso il nuovo continente, sulle note della canzone folk “Oh Susanna” di Stephen Foster, poi riconosciuta inno del periodo, in cerca di fortuna. Quelle che prima venivano considerate terre desolate, cominciarono a popolarsi: la città di San Francisco, che inizialmente contava meno di 600 abitanti, arrivò a contare nel 1856 più di 50000 abitanti, divenendo così la più grande ed importante città della West -cost.

La corsa all’oro non portò solo benefici, infatti, pochi furono i pionieri divenuti ricchi dall’oro ricavato. Molti di loro morirono durante il viaggio in California, di colera o nei campi auriferi. Colui che per primo scoprì l’oro fu pesantemente indebitato da questo afflusso di minatori, molte delle sue coltivazioni furono distrutte e anche le sue dimore furono invase da quest’ultimi. Il suo impero, tanto desiderato e ambito, fu stroncato sul nascere e lui morì in povertà nel 1885.

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