Autonomia di Porto Cesareo, il discorso di Sambati.

a cura di Raffaele Colelli

Eravamo agli inizi del 1900. Torre Cesaria un minuscolo borgo marinaro circoscritto in un gruppo di umili abitazioni sparse, estendeva il suo territorio su una stretta lingua bagnata sia da levante che da ponete dal mar Jonio. Un piccolo paradiso terrestre dimenticato da Dio e dagli uomini dove i suoi rozzi abitanti apparivano felici e fieri di essere quelli che erano, custodi assoluti della propria terra libera da concetti burocratici e politici. Con il trascorrere degli anni moltissimi furono i nuclei familiari, provenienti dai paesi limitrofi, a trasferirsi in modo definitivo e permanente sui terreni ancora liberi e a buon prezzo nel piccolo centro abitativo.

In breve tempo le precarie baracche di legno divennero vere e proprie case in muratura e lo sviluppo demografico dei residenti raggiunse i mille abitanti. Così nel 1908 da borgo marinaro divenimmo frazione di Nardò, un paesone a circa diciotto chilometri, una distanza siderale per quei tempi remoti dove l’unico mezzo di comunicazione era il biroccio trainato da un vecchio e malato ronzino. Sorsero i primi camerini sul mare adiacenti a una rotonda per il ballo, nacquero i primi negozi di vario genere, specie quelli essenziali di genere alimentare.

Fu innalzata la chiesa dedicata a Santa Cesarea, e una sezione pluriclasse delle elementari, come anche il servizio di nettezza urbana. Subito dopo il comune di Nardò approvò unanime la costruzione di un cimitero e quindi le salme dei defunti non vennero più trasferiti nei loculi del capoluogo. Tutto era in continua trasformazione, il minuscolo borgo marinaro cambiò il proprio nome: da Torre Cesaria divenne Porto Cesareo. Assumendo i connotati di una importante località turistica balneare con i suoi chilometri di spiagge bianche e mare cristallino da attrarre l’attenzione di migliaia di turisti provenienti da tutta Europa.

Avevamo addirittura un campo e una squadra di calcio che ci rappresentava nelle varie competizioni, e intanto noi ragazzi adolescenti frequentavamo regolarmene la scuola dei tanti istituti superiori collocati per l’intera provincia. Per questo il livello culturale si era notevolmente innalzato e così la consapevolezza dei propri mezzi. Ci sentivamo prigionieri nella nostra stessa casa, nel nostro stesso paese, era giunto il momento di proclamare la nostra indipendenza, e camminare sulle nostre stesse gambe.

La benedizione del Vescovo Mennonna, tra la folla festante.

Rivendicavamo l’autonomia dal capoluogo e non dipendere mai più dalle decisioni amministrative di un altro paese, eravamo ormai cresciuti e pronti ad assumerci le nostre responsabilità con la ferma decisione di possedere un proprio comune, un ufficio di polizia, una giunta direttamente eletta da noi e infine un sindaco capace di stare in mezzo alla sua gente. Non più utopia o sogno, tutto divenne realtà. Finalmente l’otto giugno del 1975 dopo una lunga trattativa burocratica fatta di timbri bolli e firme ottenemmo l’autonomia, eravamo finalmente liberi.

Ogni cosa avvenne grazie a Raffaele Sambati uno dei protagonisti assoluti che portarono Porto Cesareo a diventare uno dei comuni d’Italia. Uomo colto e gentile, ma di grande temperamento, aveva capito che un paese come Porto Cesareo, destinato ad avere un grande futuro, non poteva assolutamente dipendere dalle poche e stentate concessioni di un altro paese. Così prosciugò tutto il suo impegno a favore della causa diventando poi e con grande merito il primo sindaco. Quel giorno, quel bellissimo giorno le case si svuotarono, un grande corposo corteo si snodava lungo e gioioso per le vie e nelle piazze, sventolando bandiere, innalzando vessilli, reggendo striscioni…e io c’ero.

Nella foto in alto il primo discorso ufficiale tenuto dal primo sindaco nella storia di Porto Cesareo, dopo una lunga battaglia burocratica per l’autonomia: il compianto Raffaele Sambati.

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