La tempesta del '45, Avio Colelli

Correva il 18 settembre a Porto Cesareo quando la piccola imbarcazione venne travolta dall’improvvisa furia delle onde.

a cura di Raffaele Colelli

Era da circa un anno che il giovane Cosimo Iaconisi allora diciottenne era stato imbarcato nella barca a vela dei Colelli come “cumpagnu a menza parte“. Una parte aspettava a Ntunucciu Colelli che ne era il proprietario, una a suo figlio Avio, e un’altra ancora all’intera attrezzatura di pesca.

La bella stagione che andava da maggio ad agosto aveva portato ottimo pescato. Così a settembre di quell’anno e come tutti gli anni, si accingevano a sostituire le lunghe filiere di reti a maglie larghe di circa nove a palmo, con quelle a maglie strette di circa diciotto a palmo; questa per la pesca alle “triglizzole”.

La mattina del 18 settembre del 1945 alle prime luci dell’alba l’imbarcazione dei Colelli, con tutto il suo equipaggio, era pronta a salpare. Nemmeno un filo di vento increspava la tiepida linea di mare di “Puertu Picciu,” la “unazza” (mancanza di vento) aveva conferito il proprio predominio. Solo alcuni gabbiani garrivano dispettosi volando ad ali spiegate nel cielo limpido.

La tempesta del ’45: Avio Colelli di spalle, mentre libera i pesci dalla rete.

Intanto erano stati mollati gli ormeggi e issata la vela per portarsi dalla panchina di tufo, tagliando per il piccolo porto, fino a “sciale luengu“, gergo usato per indicare la zona tra Riva degli Angeli e Torre Castiglione, ad alcune miglia da Taranto. Il punto preciso dove la sera prima avevano calato le loro lunghe filiere di reti e che le avrebbero, da lì a poco, tirate su e oltre la lunga murata con la sola forza delle braccia.

Ntunucciu Colelli aveva 54 anni. Nonostante interminabili stagioni di duro lavoro la sua struttura fisica non mostrava alcun segno di cedimento; niente da invidiare, in confronto, alla forte taglia corporea, giovane e in salute di suo figlio Avio e tantomeno a quella di Cosimo lu cumpagnu a menza parte.

La tempesta del ’45: i segnali del cielo all’orizzonte.

Navigavano ormai da diverse ore, un vento leggero di maestrale gonfiava la vela bianca di cotone, mancava poco giungessero a destinazione. Dalla linea dell’orizzonte grasse nuvole nere si arrampicavano veloci su nel cielo fino a oscurarlo completamente e in un attimo divorarono il sole. I venti soffiarono da sud e da est così impetuosi che scontrandosi generarono una feroce tromba d’aria con una lunga coda simile a una creatura infernale.

Avvinghiò la piccola imbarcazione trasportandola alta e a un passo dalle nuvole nere per poi lasciarla precipitare giù in fondo al mare. Tra le onde alte come montagne, tre uomini cercavano di restare a galla e sopravvivere.

La tempesta del ’45: Avio Colelli impegnato nel rattoppare le reti.

Il giovane Cosimo fu il primo a essere inghiottito dall’ingordigia della tempesta, dopo aver tentato invano di aggrapparsi a una gamba di Avio. Alcune ore dopo anche il coriaceo Ntunucciu si lasciò andare, non prima di un commovente saluto a suo figlio. Un lungo remo salvò la vita al giovane Avio Colelli.

Alcune imbarcazioni lo rinvennero la mattina seguente attaccato al quel pezzo di legno al limite delle sue forze. Alcuni giorni dopo trovarono i corpi in decomposizione di Cosimo Iaconisi e Ntunucciu Colelli, parti di pelle galleggiavano come pane bagnato. A loro e a tutti i Caduti in Mare con dedica dal Comune di Porto Cesareo una statua in memoria, quella del Pescatore.

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